Quell’uomo in mare da 15 giorni che nessuno ha voluto salvare

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Un’immagine, una delle tante, che mai avremmo voluto vedere: il corpo di un uomo incastrato in quel che resta di un gommone alla deriva in mezzo al mare. Questa volta poi, non si può dire “non lo sapevamo”. Per quattro volte in due settimane i piloti dell’aereo “Seabird”, della Ong tedesca Sea Watch, hanno avvistato e fotografato dall’alto il gommone grigio e quel corpo senza vita.

Si sapeva che era alla deriva, si sapeva che la situazione era disperata e si conoscevano, al millimetro, le coordinate: acque internazionali, zona Sar libica. Nessun soccorso però ed ora di quell’uomo non si sa altro. Non si conoscono le generalità, non si sa che faceva parte di un’imbarcazione andata alla deriva e non si sa se sotto quel gommone ci siano altre persone.

Un’immagine, una fotografia, un’istantanea che difficilmente sparirà dalla nostra mente.

Questa la ricostruzione di La Repubblica dell’accaduto: “Ricostruiamo: è il 29 giugno, un lunedì, quando all’ora di pranzo, il Seabird, alla sua prima missione, av- vista il gommone: 34d1 012d25E, zo- na Sar libica. Le coordinate vengo- no girate al centro di ricerca e soc- corso di Tripoli ( quello, per inten- derci, al cui numero rispondono gli italiani), ma nessuno va a cercare l’imbarcazione. Sono giornate di fuoco le ultime due di giugno: lo stesso aereo avvista quattro imbar- cazioni in 24 ore, una in zona Sar ita- liana viene soccorsa dalla guardia costiera, una viene riportata indie- tro dai libici, due si perdono in Sar maltese. In quelle stesse ore al cen- tralino Alarm phone arrivano una serie di chiamate di barche in diffi- coltà e segnalazioni di naufragi. Il giorno dopo l’avvistamento del gommone, Seabird fotografa un al- tro corpo in mare, questa volta ha il giubbino arancione ma non è basta- to a salvargli la vita. Seconda segna- lazione, ancora silenzio. E così nei giorni successivi, quando in un Me- diterraneo ormai del tutto svuotato di navi umanitarie alla Ong del cielo non resta altro da fare che segnala- re le imbarcazioni alle autorità ita- liane, maltesi e libiche. Quasi sem- pre ricevendo silenzi quando non dinieghi di informazioni.

«Abbiamo più volte fornito alle autorità le coordinate chiedendo il recupero di quel corpo e la verifica delle circostanze — racconta ancora Neeske — non sappiamo cosa sia accaduto e cosa sia accaduto ad altre persone. Da allora non è successo nulla. Quando i corpi di chi muore non vengono recuperati e i familiari non vengono informati, con loro muore anche l’ultimo briciolo di dignità dell’Unione europea. »