Crisi migratoria in Bosnia: una guerra fra poveri cavalcata dai nazionalisti e “finanziata” dall’Europa da Valigia Blu

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Valigia Blu affronta in un lungo reportage la crisi migratori in Bosnia. Vi lasciamo di seguito un piccolo estratto invitandovi a leggere l’articolo completo sul sito di Valigia Blu.

Il 4 marzo in una zona boscosa nei pressi di Saborsko, un villaggio croato a circa 40 km dal confine con la Bosnia Erzegovina, un migrante di nazionalità ancora sconosciuta ha perso la vita dopo essersi imbattuto in una mina antiuomo. Secondo Andreja Lenard, portavoce della polizia di Karlovac, regione amministrativa a cui appartiene Saborsko, altre quattro persone, di cui due pakistani, sono rimaste ferite. Una sarebbe in pericolo di vita.

Quella mina fatale era una delle circa 17mila ancora presenti in Croazia, stando ai dati del Ministero dell’Interno croato. Saborsko, vittima di un massacro in cui furono brutalmente uccise 29 persone il 12 novembre 1991 durante la guerra che ha portato alla dissoluzione della Jugoslavia, è uno dei 46 comuni contaminati.

Il problema delle mine inesplose riguarda anche la Bosnia Erzegovina, dove 617 persone sono morte accidentalmente o in operazioni di sminamento dalla fine della guerra. Il Centro di Rimozione Mine della Bosnia Erzegovina stima che l’1,97% del territorio debba ancora essere sminato. Un compito non semplice, dato che gli smottamenti che si sono verificati nel corso degli anni, in particolare durante le alluvioni del 2014, hanno reso più ardua la mappatura delle mine.

L’incidente di Saborsko, per quanto casuale, era preventivabile. È strettamente collegato alle politiche migratorie repressive dell’Unione Europea e del governo croato che ormai dal 2018 respingono violentemente i migranti al confine, costringendoli a ripensare il loro viaggio e a percorrere in notturna rotte pericolose attraverso boschi e montagne, con il rischio di non notare i 10.451 segnali di avvertimento che in Croazia indicano le zone minate.

Tra l’altro, anche alcuni centri di accoglienza temporanei costruiti in Bosnia Erzegovina, come il centro di Vu?jak chiuso nel dicembre 2019, o quello di Lipa aperto nell’aprile 2020, sono circondati da o vicini a zone minate. Ciò mette costantemente a rischio la vita dei circa 9.000 migranti – di cui circa 3.000 esclusi dal sistema d’accoglienza dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) – che oggi tentano di sopravvivere nel paese balcanico. Soprattutto di coloro, tra cui molte famiglie, che vivono in case abbandonate lungo i confini boschivi.

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