Il nuovo patto UE sull’asilo e la migrazione è più a destra dell’estrema destra

29 dicembre 2023

Da Valigia Blu a firma Angelo Romano

European First. Si potrebbe sintetizzare così l’accordo sull’asilo e la migrazione raggiunto il 20 dicembre dopo negoziati durati una notte intera tra i rappresentanti dei governi nazionali, del Parlamento Europeo e della Commissione Europea.

Dopo anni di scontri e fratture, l’Unione Europea si consolida, rafforzando le mura della sua fortezza, erigendo muri, innalzando per un attimo le persone migranti a un ruolo difficile da mantenere e poi lasciandoli cadere. In mezzo al mare. 

Aspettavamo la riforma del sistema europeo di asilo e migrazioni da tempo. Sono anni che si parla di riforma del Regolamento di Dublino e, in particolare, del suo principio cardine: che sia il paese di ingresso a farsi carico di tutte le procedure di asilo anche se chi arriva non intende soggiornare nello Stato dove approda. C’era grande attesa per questo patto sull’asilo e sulle migrazioni perché definirà l’orientamento rispetto alle politiche migratorie dell’UE per molti anni a venire.  

L’Europa era davanti a un bivio: andare avanti con le politiche di deterrenza ed esclusione o dare l’esempio, ideando percorsi migratori sicuri e salvaguardando i diritti dei rifugiati e dei richiedenti asilo in uno spirito di leadership umanitaria globale. L’Europa ha scelto la prima strada e non c’è molto di cui sorprendersi.

Lo fa in barba a quanto aveva dichiarato appena una settimana fa l’Alto Commissario per i Rifugiati Filippo Grandi, secondo cui “I rifugiati sono il sintomo del nostro fallimento collettivo a garantire pace e sicurezza”. Lo fa con uno schiaffo in faccia all’ultimo tragico naufragio, avvenuto questa settimana al largo della costa della Libia, causando la morte di oltre 60 persone. Lo fa con uno schiaffo alla storia e alla memoria dei naufragi di Lampedusa di dieci anni fa. Dipingendo come un atto di responsabilità una scelta che fondamentalmente deresponsabilizza e fa dei migranti carne da capitalizzare politicamente. 

D’altronde, lo scorso luglio la nostra presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, aveva detto che “la deterrenza è la più straordinaria forma di diplomazia”, ed è questa la logica perseguita dal patto UE: scoraggiare le partenze inasprendo le norme sull’accoglienza, rendendo più sbrigative le procedure di valutazione al primo approdo, scaricando se possibile su paesi terzi controlli e luoghi dove detenere i migranti. È il modello Italia-Albania. È la base del Memorandum Meloni-von der Leyen con la Tunisia che si fa sistema. Che pure così bene non sta funzionando.

L’accordo regola le norme su come ripartire costi e responsabilità dell’accoglienza dei richiedenti asilo in tutto il blocco UE, limitare il numero delle persone in arrivo e rendere più facile l’espulsione di coloro le cui richieste non sono accolte. Il testo definitivo sarà concordato presumibilmente prima delle elezioni del Parlamento europeo a giugno, e fa seguito ad anni di tentativi falliti di rivedere le norme sull’asilo.

La presidente del Parlamento, Roberta Metsola, ha definito l’accordo “storico”, aggiungendo che, pur non essendo perfetto, consente “un equilibrio tra solidarietà e responsabilità” ed è “di gran lunga migliore per tutti noi del sistema precedente”. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha dichiarato che con questo patto “saranno gli europei a decidere chi arriva e chi può restare nell’UE, non i trafficanti di esseri umani”.

Il ministro degli Interni italiano, Matteo Piantedosi, ha salutato l’accordo come un “grande successo” per l’Europa e l’Italia, perché così i paesi di confine dell’UE più esposti alle migrazioni “non si sentiranno più soli”. Non è dello stesso avviso il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto, che senza giri di parole ha detto che il suo paese “respinge con forza questo patto sui migranti. Non lasceremo entrare nessuno contro la nostra volontà”.

È “un giorno buio per l’UE” che segna “la morte del diritto individuale all’asilo in Europa” e “l’attacco più significativo ai diritti di asilo e migrazione dalla fondazione dell’UE”, ha commentato il gruppo della Sinistra nel Parlamento Europeo. L’accordo rappresenta “il più drastico inasprimento delle leggi europee sul diritto di asilo”: è “un sogno diventato realtà per i populisti di destra”.

Con il pretesto di fermare il vento di estrema destra, l’Europa ha deciso di fare politiche di destra, commenta un editoriale del Financial Times. Il patto sull’asilo e sui migranti è arrivato negli stessi giorni in cui il presidente francese Emmanuel Macron ha approvato un disegno di legge che rende più difficile il riconoscimento delle domande di asilo, accelera le procedure di espulsione e introduce tra i criteri di assegnazione degli alloggi e dei sussidi non il bisogno, ma il grado di “francesità”. Macron è riuscito dove neanche Marine Le Pen sperava.

Nel Regno Unito, il premier Rishi Sunak a luglio ha affittato la nave Bibby Stockholm, un’imbarcazione prigione affittata dal governo britannico per rinchiudere i richiedenti asilo che arrivano irregolarmente nel paese, in attesa che la loro domanda d’asilo venga esaminata. E appena un mese fa, la Corte Suprema del Regno Unito ha dichiarato illegale il piano del governo britannico che prevedeva l’invio forzato di richiedenti asilo in Ruanda, in attesa che la loro domanda fosse valutata.

A ottobre l’Italia, insieme ad altri dodici Stati europei, ha reintrodotto i controlli alla frontiera con Slovenia e Austria, appellandosi a un articolo del Codice Schengen che prevede la possibilità, in casi eccezionali, di ripristinare il controllo dei documenti ai confini interni.

Il patto sui migranti è nato in questo contesto: la crudeltà al potere, in nome del potere, che spaccia crisi umanitarie per invasioni di orde di migranti e sacrifica e svende per un calcolo elettorale processi (come Schengen) e diritti (come la protezione internazionale) conquistati con fatica dopo la Seconda guerra mondiale.

Come si è arrivati all’accordo del 20 dicembre

L’accordo raggiunto il 20 dicembre è l’ultimo atto di un percorso iniziato tre anni fa, nel settembre del 2020, con lo scopo di rompere lo stallo tra gli Stati membri sulla riforma delle politiche di asilo e migrazione dell’UE.

È un pacchetto di proposte politiche e raccomandazioni sulla gestione delle frontiere, delle procedure di riconoscimento del diritto di asilo, del sistema di accoglienza e integrazione delle persone migranti che arriva in un contesto politico e sociale molto complicato.

Alla fine di settembre 2023, nel mondo erano 114 milioni le persone costrette ad abbandonare forzatamente la propria terra a causa della crisi climatica, della difficile situazione economica e dei conflitti armati. La stragrande maggioranza resta nella propria regione. Attualmente, il 76% dei rifugiati nel mondo è ospitato da paesi a basso o medio reddito, molti dei quali non in grado di soddisfare adeguatamente le loro esigenze. Anche in questi paesi sta prendendo via via piede un sentimento anti-migranti. In Tunisia, le persone provenienti da altri paesi del Continente africano sono state definite “parassiti” e spinte nel deserto libico. All’inizio di ottobre il governo pakistano ha dichiarato che tutti i cittadini afgani senza documenti avrebbero dovuto lasciare il paese entro poche settimane per presunte minacce alla sicurezza nazionale. L’ordine ha riguardato più di 1 milioni di afghani presenti in Pakistan, molti dei quali in fuga dopo il ritorno al potere dei Talebani nel 2021.

In Europa, circa mezzo milione di persone ha chiesto asilo nell’UE nella prima metà del 2023, secondo i dati di Eurostat, il 28% in più rispetto allo stesso periodo del 2022. In media, circa il 40% delle domande di asilo ha successo. Tuttavia, siamo molto lontani dal picco del 2015, quando più un milione di persone, la maggior parte delle quali in fuga dalle guerre in Siria o in Iraq, arrivò in Europa mostrando tutte le crepe del sistema di accoglienza dell’Unione Europea, il cosiddetto Regolamento di Dublino

Essere Migranti: le guerre, la disinformazione, il sogno europeo

Da allora la gestione delle migrazioni ha creato forti fratture tra i 27 Stati membri: da un lato ci sono i paesi costieri, come la Grecia e l’Italia, primo punto di approdo delle persone migranti; dall’altro i paesi interni del centro e nord Europa – in particolare gli Stati afferenti al cosiddetto blocco Visegrad – non disposti ad accogliere più persone.

Nel frattempo, il consenso e l’influenza dei partiti che hanno fatto della difesa dei confini dalla cosiddetta minaccia dei migranti un vessillo politico e una questione di identità nazionale sono cresciuti in tutta l’Unione Europea, che si è via via sempre più spostata a destra. 

Il 19 dicembre, come detto, il Parlamento francese ha approvato la nuova legge sull’immigrazione. In Germania, la maggioranza di governo è impegnata a tenere sotto controllo i crescenti sentimenti anti-migranti, sobillati dai partiti di destra. Alcuni governi regionali hanno addirittura chiesto di rimuovere la possibilità di chiedere il diritto di asilo, un diritto sancito dalle legge del paese e dai trattati internazionali. Persino i partiti più tradizionali hanno chiesto un’azione per limitare le richieste di asilo. In Svezia e nei Paesi Bassi, le ultime elezioni hanno visto crescere l’ondata dei partiti di estrema destra.

Cosa prevede il patto sull’asilo e sulla migrazione

L’accordo del 20 dicembre è arrivato in questa cornice politica e sociale e risente del contesto in cui è stato partorito.

Il nuovo patto europeo non risolve la crisi dei migranti e mette in pericolo il diritto all’asilo

Il nuovo pacchetto introduce poche modifiche rispetto al regolamento già esistente, ma più stringenti e repressive. Sostanzialmente, è stato trovato un accordo per rafforzare i confini europei attraverso muri, recinzioni e fili spinati, per finanziare strutture detentive e controlli di frontiera in paesi terzi, sul modello dell’Italia con l’Albania.

Gli ambiti di intervento sono cinque: le modalità di screening dei migranti al loro arrivo nell’UE, le procedure per la gestione delle domande di asilo, le regole per determinare quale Stato membro debba essere responsabile del trattamento delle domande, come comportarsi in caso di una “crisi” al confine esterno dell’UE e come assicurare ad alcuni rifugiati un arrivo in sicurezza in Europa.

Nello specifico, gli Stati di primo approdo effettueranno uno screening rapido di tutti gli arrivi, attraverso l’uso di sistemi biometrici (si prenderanno le immagini del viso e le impronte digitali) e controlli sanitari e di sicurezza, per un massimo di sette giorni. Verranno comunque “prese in considerazione” le esigenze specifiche dei bambini e ogni Stato membro avrà un meccanismo di monitoraggio indipendente per garantire il rispetto dei diritti fondamentali. 

Per quanto riguarda la valutazione delle richieste di asilo, il patto prevede una procedura comune in tutta l’UE per concedere e revocare la protezione internazionale, sostituendo le diverse procedure nazionali. Il trattamento delle richieste di asilo dovrebbe essere più rapido (fino a sei mesi per una prima decisione), con limiti più brevi per le richieste manifestamente infondate o inammissibili e alle frontiere dell’UE: le persone considerate a rischio per la sicurezza o le cui richieste di asilo sono ritenute probabilmente non accoglibili – compresi donne e bambini – potranno essere trattenute in centri di detenzione di frontiera e rischiano di essere espulse in modo accelerato. Resta da capire, tuttavia, come potranno essere valutate situazioni che in genere richiedono mesi, se non anni, di valutazione.

In particolare, le misure di espulsione limiteranno la possibilità di richiesta di asilo di chi arriva da paesi considerati “sicuri”, in base a una direttiva europea del 2013, e renderanno più veloce il loro trasferimento verso i paesi terzi da cui partono più spesso per raggiungere l’Europa, come Tunisia, Libia e Turchia. L’Italia considera “sicuri” Albania, Algeria, Bosnia-Erzegovina, Capo Verde, Costa d’Avorio, Gambia, Georgia, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco , Montenegro, Nigeria, Senegal, Serbia e Tunisia, sottolinea un articolo di Wired.

Il meccanismo di ricollocamento si attiverà solo in circostanze eccezionali, lasciando come un’emergenza qualcosa che invece necessitava di un intervento sistemico. Gli Stati interni dell’UE potranno scegliere se accettare un certo numero di rifugiati – in base alle dimensioni del PIL e della popolazione e al numero di attraversamenti irregolari delle frontiere – o versare denaro in un fondo comune dell’UE. Il fondo andrà a contribuire alle spese di tutti i paesi membri, non solo quelli di arrivo.

Le critiche delle organizzazioni per i diritti umani

“Il patto sulle migrazioni dell’UE può essere visto come l’ultimo tentativo di mantenere il diritto alla protezione internazionale, sancito dopo la Seconda guerra mondiale, ma lascia troppe questioni irrisolte”, ha commentato al New York Times Hanne Beirens, direttrice del Migration Policy Institute Europe, un think tank con sede a Bruxelles. 

L’accordo non chiarisce se preserverà il diritto di chiedere asilo, è vago su come renderà più rapide le procedure al confine, come esaminerà le richieste di asilo, come determinerà se una persona debba essere espulsa e come rimpatriati coloro che non hanno i requisiti per l’asilo, prosegue Beirens. 

Fortemente critiche cinquanta organizzazioni per i diritti umani. In base al nuovo accordo, afferma la Piattaforma per i migranti privi di documenti (PICUM), qualsiasi persona che arriva in Europa “rischia di essere detenuta nelle strutture di frontiera, senza eccezioni: dai neonati ai bambini, agli adolescenti e agli adulti”.

Amnesty International ha dichiarato che le norme porteranno a “un’impennata di sofferenza”, indebolendo i diritti dei richiedenti asilo, dei rifugiati e di altri soggetti, peggiorando la legislazione esistente e non affrontando i problemi reali. 

In sostanza, prosegue Amnesty, se approvato definitivamente il nuovo accordo comporterà un maggior numero di persone detenute alle frontiere europee, un maggior numero di richiedenti asilo sottoposti a “procedure al di sotto degli standard”, un sostegno limitato agli Stati di frontiera UE e misure di emergenza che limitano l’asilo che diventano invece la norma.

Invece di dare priorità alla solidarietà attraverso i ricollocamenti e il rafforzamento dei sistemi di protezione, ha affermato Eve Geddie, direttrice dell’ufficio di Amnesty per l’UE, gli Stati “potranno semplicemente pagare per rafforzare le frontiere esterne, o finanziare paesi al di fuori dell’UE per impedire alle persone di raggiungere l’Europa”.

Il nuovo accordo viola i diritti dei minori, aggiunge Save the Children. Le modifiche introdotte mettono in pericolo i minori in movimento e separano le famiglie di migranti. La priorità dei legislatori è stata chiaramente quella di “chiudere le frontiere, non di proteggere le persone, comprese le famiglie e i bambini che sfuggono alla violenza, ai conflitti, alla fame e alla morte cercando protezione in Europa”, ha commentato il direttore di Save the Children per l’Europa, Willy Bergogné.

“L’UE ha perso l’opportunità di un accordo che definisse finalmente le regole di solidarietà tra gli Stati membri e la condivisione delle responsabilità dell’accoglienza”, afferma Oxfam. “Invece, [i paesi UE] hanno concordato una maggiore detenzione, anche di bambini e famiglie in centri simili alle prigioni. Hanno sbattuto la porta in faccia a coloro che cercano asilo. Questo accordo è un pericoloso smantellamento dei principi chiave dei diritti umani e del diritto dei rifugiati”.