Intervento di Moussa in piazza con le Sardine a…

“Sono qui perché gli uomini camminano, le parole corrono
Gli uomini sono lenti, le parole sono veloci.
Gli uomini si stancano, le parole volano
Gli uomini vengono fermati. Da altri uomini, dai muri, dai fili spinati

Le parole no.

Non esistono muri contro le parole”.

È iniziato così l’intervento di Moussa sul palco delle Sardine domenica 19 gennaio. Moussa Molla Salih è un ragazzo ventenne che ha fatto il percorso di integrazione grazie alla nostra Associazione famiglie accoglienti.

Boubacar a Bologna

È una estate calda, questa del 2019, e restiamo in città. Affaticati dal clima, impegnati nel lavoro. Molto, molto preoccupati per come va l’Italia e le politiche di (in)sicurezza volute dal governo italiano….

Boubacar è arrivato in Italia dalla Guinea Conakry nel dicembre 2016 ed è ben consapevole di quanto sia stato fortunato nell’essere riuscito a sopravvivere ad esperienze di viaggio indescrivibili. Giunto a Catania dalla Libia è stato trasferito direttamente a Bologna, seguendo il percorso canonico previsto dal progetto Sprar.

Al compimento dei suoi diciotto anni ha accettato di intraprendere l’esperienza di accoglienza in famiglia, possibilità offertagli dal Progetto Vesta del Comune di Bologna e gestito da l’allora cooperativa Camelot ora Cidas. La famiglia era -ed è- la nostra che dal 2017 si è arricchita di una persona eccezionale: intelligente, intraprendente, creativa, socievole, rispettosa. Il primo ad alzarsi al mattino è Boubacar. Alle sette passa l’autobus sotto casa.

Tutti i giorni da quasi due anni la stessa routine: sveglia alle 6, preghiera, colazione, preparazione dei contenitori con il cibo per il pranzo e via…… per cominciare a lavorare alle 8 zerozero, come dice lui.

E ogni giorno si aggiunge al precedente di questi suoi vent’anni. Lo sento uscire, nonostante chiuda la porta dietro di sé piano piano per non disturbare il mio riposo. Poco dopo tocca a me accendere i motori e affrontare la giornata. Non ho alcun Dio da invocare e quindi faccio in fretta nei preparativi. Si comincia la vita frenetica di queste nostre società moderne occidentali. Una vita frenetica alla quale ormai non faccio caso, ma che colpisce molto il mio giovane amico africano.

Spesso ci fermiamo a riflettere di questo, Boubacar ed io. Mi racconta di quanto sia profondamente diverso vivere in Africa ed io lo ascolto a bocca aperta. Quante cose ancora mi restano da imparare, quante cose mi insegna.

La nostra casa è piccola ma ci si sta bene, anzi ha il vantaggio che ci si incontra facilmente. … e si ride e sorride; tv, musica, letture, film; si parla di tutto e tanto; ci scambiamo consigli, storie, silenzi, illusioni, preoccupazioni … e non mancano commenti delle vicende politiche e di cronaca. Ma sono i suoi sogni e progetti che ci danno una carica indescrivibile; non sono solo i sogni di un giovane ragazzo. In quei sogni e progetti c’è la sua speciale voglia di credere nella vita, di conquistare il proprio spazio nel mondo, di sentirsi realizzato in una prospettiva di senso; c’è il desiderio di ringraziare ogni giorno coloro che lo hanno messo al mondo onorando così la loro memoria dopo averli persi ed essere rimasto solo al mondo dall’età di undici anni.

“Il mio sogno è diventare sindaco di Bologna”; “Farò il giornalista”; “Voglio studiare e poi iscrivermi all’Università”; “Lavoro sodo per comprarmi una casa e avere una bella famiglia con tanti figli e una moglie da rispettare e amare”; “Mi piacerebbe tornare nel mio Paese, un giorno lontano, e avviare un’attività di trasporto di bambini per consentirgli di andare a scuola”….un carosello di sogni e progetti di un giovane ventenne che ogni giorno saluta la vita con un grande sorriso.

Conoscendo Boubacar siamo certi che conquisterà il suo futuro e che i suoi sogni diventeranno traguardi concreti. Quante cose lo hanno sorpreso vivendo in Italia …. talmente tante che non basterebbe questo spazio ad elencarle tutte. Alcune sono riuscita a spiegargliele, altre francamente è quasi impossibile perché nemmeno io so darmi una risposta…al perché la nostra società si dimostra così ostile verso gli stranieri. Ma non tutti alzano muri: mia madre di novant’anni vorrebbe poterlo ospitare a casa sua; mio fratello mi invidia ed è entusiasta di averlo conosciuto; mia figlia ha conquistato un nuovo fratello; gli amici si informano su come intraprendere la stessa esperienza di accoglienza; i miei piccoli nipoti chiedono di lui ogni giorno; i vicini di casa adorano il cibo africano che lui prepara e la sua compagnia; i suoi colleghi di lavoro si dimostrano solidali e accoglienti; i suoi insegnanti lo apprezzano per i buoni risultati scolastici e lo incoraggiano a continuare negli studi. Non perdiamo le speranze, mi dice Boubacar, c’è tanta brava gente in questo Paese. (Francesca Paron)

Ismail con Rita e Lucio a San Lazzaro di…

Ismail è arrivato a casa la prima volta in estate. L’incontro è avvenuto dopo un percorso di formazione a cura del progetto Vesta. Lucio ed io eravamo curiosi e anche un po’ansiosi. E se Ismail non ci piaceva? E’ andato tutto bene, anche l’incontro con Ika, il nostro cane.

Ismail è stato con noi nove mesi come prevedeva il progetto.

Un’esperienza importante che mi ha insegnato molto e che per questo penso sia giusto ripercorrere e condividere.

Ismail è nato in Benin nella città di Natitingou ed è arrivato in Italia, dice lui, per sbaglio.

Rimasto solo, in Benin non voleva più stare. Suo padre era morto in un incidente stradale, la madre lo aveva abbandonato senza spiegazioni. Partì dunque con un cugino per giungere in Libia dove sapeva che avrebbe trovato lavoro.

Ricorda che un giorno bombardarono la città. Vide un amico morire. Lui voleva vivere e decise di fuggire il più lontano possibile. Si ritrovò su un barcone in mezzo al Mediterraneo. Non aveva soldi ma l’avevano fatto salire lo stesso.

A casa nostra stava nella stanza di Federica, fuori casa da tanto tempo. La cosa buffa è stato scoprire che non conosceva l’uso di dormire dentro le lenzuola. Ricordo che gli ho mostrato come ci si infila a letto ma niente da fare. Dormire per lui era dormire sopra le lenzuola.

Abitiamo in campagna e facevamo lunghe passeggiate con Ika. All’imbrunire si possono incontrare cerbiatti e cinghiali e Ismail mi chiese se ci fossero anche i leoni.

Imparare a conoscersi non è stato facile. Accordarsi sugli orari quasi impossibile. Ma dove sei? Sono già le nove. Abbiamo fame. E lui: sono qui, sto arrivando. Il suo qui non aveva un significato né temporale né spaziale. La puntualità la contemplava solo per gli allenamenti di calcio.

Accettarsi voleva dire e vuole dire ancora: accettiamo la diversa concezione del tempo, la tua e la mia. Non ci perderemo dicevano i suoi occhi quando volgevano lo sguardo ben oltre la cerchia della nostra famiglia. Ecco, con Ismail ho imparato a non avere aspettative, quelle aspettative che solitamente si hanno nei confronti dei figli.

La relazione che nel tempo si è instaurata è una relazione alla pari. Io persona adulta nata sulle Alpi, lui un giovane uomo africano. C’è stato il tempo anche delle confidenze. Confidenze leggere: la radio che ascoltava il padre, l’acqua in casa e le famiglie del villaggio meno fortunate che se ne servivano. La scuola coranica e la scuola francese. Una sola volta sono scivolata nel ruolo di madre, lui aggrappato a me nella disperazione, nel vuoto, nell’assenza. Ho chiesto aiuto a un amico che mi ha ricordato di non confondere i ruoli. Di non darmi troppa importanza nella relazione con lui. Ismail e i ragazzi come lui hanno tante relazioni compensative: non hanno una mamma ma tante mamme, non hanno una zia ma tante zie, non hanno una nonna ma tante nonne. Anche questa acquisizione mi ha aiutato ad essere presente nella leggerezza.

Ho reimparato da Ismail la fiducia, quella cieca. Quando se ne è andato, allo scadere del progetto, ero felice e dispiaciuta nello stesso tempo. Felice della sua autonomia, dispiaciuta della distanza fisica che ci avrebbe diviso.

Ora ci vediamo ogni tanto ma siamo la sua famiglia, io la sua mama dice lui, Lucio il suo babo. (Rita Brugnara)