Tripoli si dichiara “porto non sicuro” e respinge una…

“La Libia considera i suoi porti non sicuri per lo sbarco dei migranti”, rifiutando l’ingresso in porto perfino a una sua motovedetta con 280 migranti catturati in mare. E’ tarda serata quando l’agenzia Onu per le migrazioni conferma la notizia circolata a Tripoli. Per la prima volta il governo riconosciuto (e finanziato) dalla comunità internazionale ammette che a causa dei bombardamenti non ha più neanche il pieno controllo del porto, dove si trovano anche gli uffici del premier al-Sarraj.

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I porti non si chiudono mai

Il decreto emanato nella serata di ieri dai ministri dei trasporti, degli esteri, dell’interno e della salute che di fatto sospende la classificazione di Place of Safety (luogo sicuro) per i porti italiani, per i casi di soccorso effettuati da unità navali battenti bandiera straniera al di fuori dell’area Sar italiana, è sbagliato e incomprensibile.
I porti non si chiudono mai, perché a nessuno e in nessun caso può essere negato il soccorso e la protezione dai rischi della navigazione.

L’appello di Mediterranea

Appello di deputati, senatori, parlamentari europei, consiglieri regionali al governo italiano: revocare decreto su porti chiusi

“Il decreto emanato nella serata di ieri dai ministri dei trasporti, degli esteri, dell’interno e della salute che di fatto sospende la classificazione di Place of Safety (luogo sicuro) per i porti italiani, per i casi di soccorso effettuati da unità navali battenti bandiera straniera al di fuori dell’area Sar italiana, è sbagliato e incomprensibile.
I porti non si chiudono mai, perché a nessuno e in nessun caso può essere negato il soccorso e la protezione dai rischi della navigazione.

Siamo perfettamente consapevoli che, nell’emergenza sanitaria drammatica che la pandemia impone al nostro Paese e al mondo intero, la tutela della salute ha una assoluta priorità. Per questo, fuori da ogni approccio ideologico, pensiamo che sia necessario individuare ogni utile strumento a definire protocolli in grado di assicurare la sicurezza e la salute pubblica.
Questo vale per i naufraghi salvati nelle operazioni di ricerca e soccorso (qualunque sia la bandiera della nave che li opera e la nazionalità delle persone soccorse), e, nello steso modo per le comunità costiere potenzialmente esposte a rischi di contagio.

Per questo pensiamo che di fronte ad una situazione che, pur non registrando flussi particolarmente intensi non esclude la necessità di impedire che le persone perdano la vita nel Mediterraneo centrale, sia necessario e possibile mettere in atto un protocollo di sicurezza che garantisca la tutela della salute e l’efficacia della battaglia contro il virus, senza pregiudicare la nostra civiltà giuridica e la sicurezza di tutti.

Chiediamo quindi al governo di revocare questo decreto e predisporre invece protocolli sanitari adeguati che, ove non sia possibile garantire a terra luoghi sicuri nei quali far svolgere la necessaria quarantena a chi sbarca, questa sia comunque applicata e garantita attraverso l’utilizzo di assetti navali adeguati ed in condizione di sicurezza”.

L’appello di Amnesty

Le associazioni del Tavolo asilo nazionale manifestano la propria preoccupazione per il Decreto interministeriale emesso il 7 aprile 2020 n. 150 in cui il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti di concerto con altri ministri, ha dichiarato che per l’intero periodo dell’emergenza sanitaria nazionale i porti italiani non assicurano i necessari requisiti per la classificazione e definizione di “porto sicuro” (place of safety) solo per le navi soccorritrici battenti bandiera straniera che abbiano soccorso esseri umani fuori dalle nostre acque Sar (area marittima di ricerca e soccorso).

La dichiarazione appare inopportuna e non giustificabile in quanto con un atto amministrativo, di natura secondaria, viene sospeso il diritto internazionale, di grado superiore, sfuggendo così ai propri doveri inderogabili di soccorso nei confronti di chi è in pericolo di vita.

Si attacca ancora una volta il concetto internazionale di “porto sicuro”, la cui affermazione ha trovato conferma nelle decisioni della nostra magistratura.

Pur consapevoli del momento complesso che ci troviamo ad affrontare, è importante garantire il rispetto dei principi di solidarietà e di umano soccorso, che non possono essere negati sulla base di tesi opinabili che riguardano la competenza nei soccorsi in mare ed il luogo in cui vadano condotti esseri umani in pericolo di vita.

È opportuno sottolineare che il ministero della Salute attraverso l’Ufficio di sanità marittima, aerea e di frontiera si è già attrezzato per la quarantena delle navi che hanno soccorso migranti ed ha già disposto delle linee guida.

Inoltre è essenziale ribadire che l’autorità preposta ad intervenire nei soccorsi è il Centro di coordinamento del soccorso marittimo che riceve per primo la richiesta di coordinamento e non l’autorità di bandiera.

Le associazioni del Tavolo asilo nazionale ribadiscono che, anche in questo momento difficile per l’Italia, la Libia è un paese in guerra, dove i migranti sono oggetto di torture e schiavitù.

Attualmente la Alan Kurdi è al limite delle nostre acque nazionali in attesa che le venga assegnato un porto sicuro dalle nostre autorità.

Le associazioni del Tavolo asilo nazionale chiedono fermamente al governo italiano di operare senza indugi in tal senso.

A Buon DirittoACLIActionAid, Amnesty International Italia, ARCICaritas ItalianaCentro AstalliCNCAComunità papa Giovanni XXIIIEmergencyEuropasiloFCEIFocus – Casa dei Diritti SocialiFondazione MigrantesIntersosMédecins du Monde – missione ItaliaOxfam ItaliaSave the Children ItaliaSIMM – società italiana medicina delle migrazioni

del Tavolo asilo nazionale

Italia non è più Place Of Safety

Il governo, coi ministri di competenza, dichiara che l’Italia non è più Place Of Safety, un luogo sicuro dove far sbarcare i naufraghi #AlanKurdi. Per certe cose, non sono poi così diversi da Orban: anche l’Italia usa il Covid per cancellare secolari conquiste di civiltà.