Un felice fine settimana trasformato in incubo

Le nostre storie

Vi raccontiamo la storia di M e del suo weekend da incubo…

Il nostro amico M. è arrivato a Torino nel 2016 ed è riuscito ad integrarsi molto bene sul territorio, partecipando ad attività di volontariato con la Croce Rossa, proseguendo il percorso scolastico fino all’ottenimento del diploma di operatore amministrativo, con una gran determinazione per lo studio e tanta  voglia di lavorare per rendersi autonomo.

In questi anni, ha creato una fantastica rete di amici italiani e non solo, che l’hanno accolto e sostenuto in vari progetti di volontariato a favore di una ONG nazionale e per la raccolta di materiale per i bambini della scuola nel suo paese di origine. Come tanti altri ragazzi migranti, ha fatto richiesta di protezione internazionale e, dopo una procedura di ricorso alla decisione della prima Commissione, il Tribunale gli ha finalmente riconosciuto la protezione speciale per due anni a inizio dell’anno 2021.

Come sa bene chi conosce o lavora con migranti, quando si ottiene asilo o protezione speciale, ci si deve recare in Questura a depositare documenti e impronte per richiedere il permesso di soggiorno. La Questura rilascia allora un cedolino, ovvero una ricevuta, che dovrebbe rendere verificabile, per ogni evenienza, la situazione del suo titolare per il periodo necessario a completare le pratiche. Una piccola garanzia per un tempo che dovrebbe essere breve. Purtroppo la realtà è decisamente diversa. A causa di iter e lentezze burocratici, spesso non del tutto giustificabili, la Questura può impiegare molti mesi a rilasciare il permesso di soggiorno vero e proprio. Nel frattempo si è costretti a vivere in una sorta di surreale limbo istituzionale, in cui l’unico documento che provi la regolarità della propria situazione è una semplice ricevuta, che non ha però alcun valore di documento ufficiale. Anche per questo, M., dopo sei mesi di attesa di un permesso che non arrivava (e tuttora non c’è), ha deciso di richiedere i documenti al suo paese d’origine, così da poter finalmente dire: “Ho un’identità, un pezzo di carta che confermi ufficialmente chi sono e che mi permetta, forse, anche di muovermi come tutti i ragazzi europei della mia età, 23 anni…”

Così M., fiducioso nel suo passaporto straniero e nel suo cedolino italiano, sapendo di essere perfettamente in regola, dopo mesi di duro lavoro, decide di concedersi un fine settimana di vacanza programmando di andare a trovare una amica in Germania, partendo con l’autobus di linea a inizio ottobre,  ma  quel “foglietto di carta”, conservato con cura come prova di ottenimento del permesso di soggiorno in Italia, non è comprensibile, né accettabile per le autorità tedesche, che lo rimandano immediatamente in Austria. E inizia l’incubo…

Senza spiegargli molto, le autorità austriache lo trasferiscono in un centro di detenzione vicino alla frontiera, dove non può chiedere a nessuno chiarimenti in una lingua a lui nota (italiano o francese), e lo rinchiudono in una cella da solo. Può avere il cellulare solo una volta al giorno.  Qualcuno del centro gli dice che forse tra due giorni potrà uscire..ma dopo quattro giorni è ancora lì … 
Decidono poi di spostarlo in un altro centro di detenzione di Salisburgo, molto più grande, dove viene messo in cella con più ragazzi.  È scortato nei trasferimenti da un servizio di guardie privato, molto diffuso in Austria – G4S – che  si occupa anche della sorveglianza nel centro. Sono guardie dai modi sbrigativi, scontrose e sempre molto indifferenti a qualsiasi richiesta di chiarimento. Minacciano di rimpatriarlo nel suo paese di origine, lo accusano continuamente di non avere le carte in regola.  Nel nuovo centro,  M. può avere il cellulare solo mezzora ogni due giorni.
Riesce ad inviare la sua posizione satellitare ad alcuni amici di Torino e prova a spiegare le circostanze del suo arresto. Si attiva così la meravigliosa macchina della“Rete di amici di M.”, chiamata anche “TaskForce emergenza M.”. Dopo un momento di sconforto e di ribellione contro procedure tanto assurde e incomprensibili, cerchiamo di capire dove sia esattamente e contattiamo il centro per aver chiarimenti, via email e telefonicamente, senza gran risultato perché non siamo “abilitati” a chiedere informazioni su M.: siamo solo amici, eppure l’unica famiglia che lui ha in questo momento.

Qualcuno suggerisce di richiedere l’asilo politico in Austria, il ché è da evitare assolutamente perché rischia di rallentare qualsiasi procedura di rientro in Italia, quindi viene interpellata l’unità Dublino di Roma.  Troviamo finalmente un contatto in loco, l’ONG Push-Back Alarm Austria, che riesce a parlare con M. nel centro e ad ottenere informazioni. Nel frattempo il suo avvocato in Italia e gli altri contatti sono stati informati per capire come agire velocemente ma in modo mirato, senza fare passi falsi e affrettati.
Arrivano alcune notizie telefoniche da M. ed è sempre più depresso, perché si sente impotente, non riesce a dormire, né a mangiare bene. Chiede di essere visitato in infermeria per dolori intestinali ed è ricoverato in ospedale a Salisburgo per fare alcuni accertamenti. M. cerca di ottenere informazioni dal personale sorvegliante e dai medici, ma senza risposta, anzi aumentano solo i timori di non poter tornare a casa.  Rimane sei giorni a Salisburgo, poi viene spostato in un altro centro per migranti a Vordenberg, dove  gli è assegnata una cella con un ragazzo della Guinea, con il quale può finalmente intessere un po’ di relazioni umane e conversare in lingua francese. 
Il centro è molto grande, con la possibilità di uscire all’aperto solo un’ora al giorno, ma M. non può tenere il cellulare: ha accesso solo ad un telefono fisso al bisogno, con addebito su una scheda telefonica prepagata.  Il cibo è pessimo e le attività ricreative inesistenti. L’incertezza riguardo al futuro è assoluta, la depressione dietro l’angolo. Il centro fornisce anche medicine per poter dormire, che M. preferisce non assumere perché ne vede gli effetti sul compagno di cella.
La situazione sembra complicarsi sempre più per M., ma Push-Back Alarm Austria fa intervenire un avvocato  austriaco che si coordina con quello italiano su quali documenti fornire. Raccogliamo, trascriviamo e traduciamo allora le varie carte possano attestare la presenza regolare di M. a Torino: contratto di lavoro,  di affitto, residenza, iscrizione alla scuola serale, attività svolte sul territorio. Inviamo il tutto agli avvocati italiani ed austriaci, cercando di mantenere un contatto telefonico con M. per tenergli su il morale, promettendogli che presto tornerà in Italia, ma bisogna attendere che la burocrazia europea faccia il suo corso.
Quanta pazienza occorre, quando sei scappato dal tuo paese a 11 anni e continui ad aspettare il benestare di qualcuno per poter costruire semplicemente una tua vita!

Le autorità austriache decidono di fissare finalmente un’udienza in tribunale a Graz per ascoltare l’avvocato che presenta la documentazione. Il giudice non solo riconosce che è stato commesso un errore (M., in base alla Convenzione di Dublino, andava estradato in Italia, non trattenuto né incarcerato), ma afferma anche pubblicamente di vergognarsi del comportamento della polizia austriaca, consigliando a M. e ai suoi avvocati di presentare subito allo stato la richiesta di indennizzo per i giorni di lavoro ingiustamente persi. Il giudice decreta il rilascio di M. sul territorio austriaco, con la condizione di rimanere ospite di una volontaria di Push-Back Alarm in attesa del foglio di via, una volta arrivata la risposta dall’unità Dublino. Che sollievo! Finalmente libero, in un ambiente accogliente, M. si sente molto fortunato pensando ai tanti ragazzi come lui, rimasti nel centro, senza rete, senza amici, senza contatto, in attesa che qualcuno decida del loro destino.

L’accoglienza a casa della volontaria permette a  M. di riprendersi e riallacciare i contatti con tutta la rete.. Dopo altri 3 giorni, arriva la decisione di poter uscire dal paese e finalmente tornare a Torino.. La volontaria  si offre di accompagnarlo a Udine  e alla frontiera, questa volta, non c’è alcun controllo. M. prende un autobus per rientrare a casa dopo 29 giorni.. l’incubo è finito ed esplode la gioia degli amici nel poterlo riabbracciare. 

Ben tornato a casa M. !!
Gli amici di M.